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Questo arzillo vecchietto dall’aria gioviale è Martin.
Pochi giorni fa, Martin ha raggiunto la radura in fondo al sentiero. Ed è un fatto. Ma non sono triste per lui. Perché, anche se a dirlo suona strano, la morte fa parte della vita, e la sua, di vita, è stata lunga, produttiva e non troppo avara di meritate soddisfazioni. Ciò che più conta, io credo, è che si sia potuto godere ottantanove anni in discreta salute e soprattutto in piena lucidità mentale – cosa che di questi tempi è da considerarsi un dono raro – ed è rimasto in gioco fin quasi alla fine.

Martin ha svolto diverse professioni, ma in particolare era un attore, e anche piuttosto bravo. Può darsi che i più giovani di voi l’abbiano conosciuto come guest star in alcuni episodi di Entourage, una serie tv che si può definire giusto dell’altro ieri. Andando indietro di qualche anno, c’è chi forse si ricorderà di lui a fianco di un giovane ma già affermato Johnny Depp, in un film in bianco e nero di Tim Burton dedicato alla bizzarra biografia di Ed Wood. Nella circostanza, Martin interpretava un Bela Lugosi anziano, malato e decadente, ossessionato dal ruolo di Dracula cinematografico che lo aveva reso celebre, tanto da vivere una sorta di identificazione totale con il personaggio. E, in tali vesti, Martin si aggiudicò un Oscar come migliore attore di supporto, che è la traduzione esatta della categoria che insistiamo a chiamare di “attore non protagonista”, con in mezzo quell’avverbio di negazione che sembra voler sminuire il prestigioso riconoscimento.

Ma per me, che ho già qualche decade alle spalle, Martin era un amico di vecchia data. Nei Favolosi Anni ’70 l’avevo conosciuto così:

Questi è il capitano John Koenig, comandante della base lunare Alpha, e (curiosa coincidenza) i riflessi teutonici del cognome del personaggio si accordano con quelli dell’interprete, il nostro amico Martin, per l’appunto, che di cognome faceva Landau ed era un americano figlio di immigrati ebrei austriaci.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Koenig è il protagonista della serie Spazio 1999 (tuttora un cult per gli appassionati del genere, nonostante un’implausibilità di fondo che vi lascio approfondire su Wikipedia), che costituì il mio primo approccio visivo con la fantascienza. Scopro oggi che trattavasi di una produzione italo-britannica, il che spiega come mai approdò sugli schermi Rai in tempi assai più brevi di celebri serie analoghe nate prima, ma rimaste inedite sulla tv nostrana per diversi anni. Star Trek, ad esempio, è precedente di un decennio, ma venne trasmessa in Italia solo a partire dal 1980, grazie all’avvento delle emittenti locali.

Spazio 1999 si articola in due stagioni, trasmesse entrambe dalla Rai fra il 1976 e il 1979. Vidi la prima, in particolare, quando avevo tra i 5 e i 6 anni e non andavo ancora a scuola; e nonostante successive e numerose repliche, anche di recente sui canali della pay tv, non l’avrei più rivista. Pertanto, ciò che ricordo di quegli episodi conserva tuttora l’aura un po’ magica e primordiale che possono avere solo i ricordi dell’infanzia. La carrellata di fotografie qui sotto, tratte dal web, ne offre qualche cenno.
Ricordo benissimo i volti dei personaggi principali, a cui mi affezionai immediatamente, e fra i quali oltre al capitano Koenig va citata almeno la dottoressa Helena Russell, interpretata da Barbara Bain. L’affiatamento fra lei e il capitano era tale da far intuire un’attrazione reciproca, e (scopro oggi pure questo) molto si doveva forse al fatto che i due attori fossero marito e moglie nella vita reale.

E poi le scenografie avveniristiche, con i pannelli di controllo e gli interfoni video a parete, antesignani dei videocitofoni che iniziavano a comparire proprio in quegli anni. I comunicatori radio appesi alla cintura. Le pistole laser minimaliste che assomigliavano a delle sparachiodi. E le aquile, certo, ovvero i mezzi di trasporto e combattimento aereo in dotazione alla base. A cui si accedeva tramite un modulo di trasferimento, una specie di ascensore dotato di sedili che si muoveva in orizzontale, che portava l’equipaggio dall’interno della struttura fino al portello di accesso del mezzo, pronto al decollo su una piattaforma esterna.
Ecco, prima del disco di Goldrake e degli X-Wing di Guerre Stellari, i mezzi volanti iconici del mio immaginario furono proprio le aquile di Base Alpha.
Prima delle comunicazioni via radio fra Capo Rosso e Capo Oro (°) ci furono quelle fra Aquila Uno e Due.

 

E infine, last but not least, il tema musicale di apertura. Di quelli che rimangono impressi e non si dimenticano più:

 

Se è vero che circa in quegli stessi anni, tramite lo schermo televisivo, avevo fatto conoscenza con il primo dio della mia infanzia, ovvero il Sandokan di Kabir Bedi, l’autorevole comandante Koenig di Martin Landau, con quel volto serio e carismatico, il cipiglio severo pronto a stemperarsi in un largo sorriso ironico, sarebbe stato il mio primo capitano. Di una categoria particolare, cioè di coloro che mi avrebbero portato con sé tracciando la propria rotta fra le stelle, verso nuovi e fantastici orizzonti. Mi piace pensare che quel primo, precoce contatto visivo con la fantascienza abbia preparato il terreno per il rivoluzionario universo narrativo che, di lì a non molto, avrebbe bussato alla mia porta.
Circa due anni più tardi, dal lontano Giappone, preceduti solo per un paio di mesi da monti sorridenti e socievoli caprette (°°), schiere di nuovi, enormi e spettacolari dei di metallo sarebbero giunti a cambiare per sempre il mio immaginario.
Ed io, che ero già pronto a lasciarmi sorprendere, li accolsi con gioia.

Come dicevo all’inizio, dunque, oggi non provo tristezza nel pensare al buon vecchio Martin che ci ha appena lasciati, ma solo affetto e gratitudine.
Stephen King scrive che gli dei dell’infanzia sono immortali, credo valga senz’altro anche per i capitani. E pur se è trascorso molto tempo dall’ultima volta in cui si è volato insieme, be’, è stato bello, è stato un privilegio.
Ventuno salve di cannone. Ovviamente laser.

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(°) I capisquadriglia dell’attacco ribelle alla Morte Nera nel primo film di Star Wars, o (come si diceva allora) di Guerre Stellari; lo specifico per quell’una o due persone che non lo sapessero, e che con l’occasione invito a colmare questa imperdonabile lacuna 😉
(°°) Mi riferisco a Heidi, e al testo della celebre sigla italiana cantata da Elisabetta Viviani.

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