Quando lo spazio era pieno di misteri

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Questo arzillo vecchietto dall’aria gioviale è Martin.
Pochi giorni fa, Martin ha raggiunto la radura in fondo al sentiero. Ed è un fatto. Ma non sono triste per lui. Perché, anche se a dirlo suona strano, la morte fa parte della vita, e la sua, di vita, è stata lunga, produttiva e non troppo avara di meritate soddisfazioni. Ciò che più conta, io credo, è che si sia potuto godere ottantanove anni in discreta salute e soprattutto in piena lucidità mentale – cosa che di questi tempi è da considerarsi un dono raro – ed è rimasto in gioco fin quasi alla fine.
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Arcani riflessi

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Reason to Stay – Rifugio Remondino – Alta Valle Gesso (Cn) © maurimarino 2016, per gentile concessione

Di suggestioni e di combinazioni.

David Bowie è un artista che conosco e apprezzo da sempre, ma dal quale (come a volte mi capita, con alcuni) finora mi ero lasciato attraversare in modo occasionale, senza soffermarmi su di lui se non per qualche istante, fosse pure piacevole e intenso, per poi passare oltre.
Possiamo dire che gravitasse all’esterno della mia orbita, in silenzio, con garbato riserbo, affacciandosi di tanto in tanto per un saluto.

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Mai fidarsi dei critici

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Anche se in forma epistolare, questa è pur sempre una recensione letteraria; dunque, è giusto che stia anche qui.

Hazen Mavi

da: Bill
a: Nike
data: 01 luglio 2001 10:17
oggetto: silk

Questa è una cosa antica. Quando non hai un nome per dire le cose, allora usi delle storie. Funziona così. Da secoli.

Alessandro Baricco, Seta

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Sulla via della Seta

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Blue morpho Butterfly, dipinto su seta di Daniel Jean-Baptiste (click on the pic for info & artworks)

Diceva Agatha Christie che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova.
Nel caso di oggi, il primo indizio era uno scritto di Gramellini, custodito nell’archivio di annotazioni da cui traggo spunto per i miei Fiori Gialli.
Un brano che parla di Alessandro Baricco citando, fra le sue opere, I barbari.

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Foglie cadenti

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Julian Vlad

Rieccomi. Pausa finita. Era ora.

Impegnarsi per qualche tempo in attività fuori dal consueto ordinario può rivelarsi un esercizio utile, sapete. Forse non ai fini delle attività medesime, ma di certo costituisce una deviazione che può insegnare una cosa o due.
La prima, è imparare a distinguere fra ciò che si è in grado di gestire e ciò che in quel momento proprio non c’è verso. La seconda, è che il tran-tran quotidiano non è poi così male. Anche ove si tratti di una relativa normalità di basso profilo (o venga vissuta come tale), se funziona, è meglio tenersela stretta.

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And the winner is… Michela!

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Michela, the winner, a casa propria insieme a Michele Bravi, the singer

Da un po’ di tempo tutto ciò che scrivo riguarda in qualche modo la musica. Dev’essere la primavera che si avvicina, nonostante proprio ora fuori dalle mie finestre stia nevicando come se fosse Natale.
Pochi giorni fa vi avevo raccontato una storia “musicale” a lieto fine, della mia giovane amica Michela e di un sogno inseguito con tenacia e bravura, tanto che… si è realizzato!
(Se per caso vi siete persi il post vi consiglio di leggerlo ora, che sennò poi andando avanti non tutto vi sarà chiaro. Fatto? Bene!)

Oggi, come promesso, maggiori dettagli ed emozioni ce li facciamo raccontare direttamente da Michela, che mi ha rilasciato quella che a tutti gli effetti è la mia prima intervista. E di ciò naturalmente la ringrazio.
Eccola qui.

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Un invito che non si può rifiutare

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La musica sa raccontare storie di rara bellezza, al tempo stesso semplici e straordinarie. Siano esse proprie della musica in sé, contenute in opere, arie e canzoni, o che dalla musica vengano ispirate e rese possibili.
Questa, di cui vi parlerò oggi, è una storia del secondo tipo, cioè di quelle “ispirate”. Oltre alla musica, e per mezzo di essa, ha per protagonisti due ragazzi accomunati non solo da una grande passione artistica, ma addirittura – per una di quelle combinazioni che sembrano studiate apposta per una canzone – dallo stesso nome: Michela, e Michele.
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Armonia primordiale

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E’ un periodo, questo, in cui scrivo con una certa costanza, almeno un paio d’ore al giorno. Ma non posto quasi nulla.
Butto giù pagine su pagine di cui non riesco a ritenermi soddisfatto, rifinisco, aggiungo una parola, ne tolgo tre, ne cambio qualche altra. E quando credo infine di essere pronto, sento che manca ancora qualcosa; un’ultima rilettura, un dettaglio che potrei aver dimenticato, l’incerta scorrevolezza di una frase.

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Ode barbarica

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Alessandro Baricco

Il post che segue è di fatto un crossover che coinvolge (quasi) tutti i miei blog, e costituisce un ottimo esempio di cosa significhi porre tutti i miei interessi, ricordi e sfaccettature “sotto un unico cielo”.
E’ un post che nasce su Hazen Mavi perché è così che l’avevo immaginato e scritto, otto anni fa, attingendo ad appunti a loro volta risalenti da 3 a 10 anni prima: come una lettera dal mio alter ego Bill al suo amico Dave.
Ed è così che ho voluto lasciare il testo, pur con le opportune revisioni.
Anzi, a dirla tutta, è così che in quell’occasione avevo scritto l’intero susseguirsi di analisi e riflessioni sul perché scrivo, che ho riproposto a puntate su Nove fiori gialli a partire da qui, e del quale Filosofia mutante rappresenta la conclusione. Quanto meno dell’indagine – per così dire – letteraria.
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Ground control to Dave and Fred

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Penso a David e mi viene in mente Freddie.
Il primo album in CD lo acquistai a vent’anni, a Cuneo, mentre ero in servizio militare. A pensarci adesso, mi sembra ovvio. Lo spartiacque fra un passato di musicassette, con il nastro che ogni tanto si attorcigliava e dovevi buttare tutto, e il futuro lungo fin qui un quarto di secolo, con decine di dischetti nelle loro custodie quadrate di plastica, allineati e coperti sugli scaffali del mio studio, fu nel medesimo luogo in cui vent’anni prima ero nato anch’io.
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